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Thursday, 29 October 2026

Here is Where We Meet - John Berger

 Recentemente stavo leggendo l’ultimo libro pubblicato da John Berger, ‘Here is Where We Meet’.  Come ho già spiegato in un’altra lingua, anche se ci sono aspetti interessanti, alla fine non mi piace mucho.  Per me, nelle sue ultime opere, fa l’errore comune di raccontare soprattutto i riflessi della sua propria mente.  Non si confronta abbastanza con il mondo tale e quale.  

C’è una cosa che fa nel testo che mi sembra interessante.  Sta parlando del presente, quando salta direttamente in un'immagine della sua memoria, del suo passato.  È come se i due momenti esistessero su una via parallele.  Anche io posso fare questo, soprattutto ora che vivo nel posto dove ha cresciuto mia madre.  Ci sono molti paralleli da notare, e ogni tanto cado in questo tipo di pensiero.  Però, alla fine, non voglio proseguire questo tipo di pensiero associativo.  A me, non mi pare molto utile.  Serve a che cosa esattamente? 

Dato che Berger ha passato tanti anni a vivere fra un gruppo degli ultimi contadini europei cercando di approfondire il loro mondo, la loro moda di pensare, di percepire, di stare nel mondo, forse non sia una sorpresa che scegli di elaborare questa rete di connessioni al suo passato.  Berger vede il mondo contadino in parte come una collezione di rituali che confermano i legami della persona al passato, ai suoi antenati, alle tradizioni locali.  Quando uno vive nel contesto di una lunga tradizione viva, questo tipo di perspectiva tiene un certo valore.  Però, quando uno è il prodotto di una società industrializzata o perfino post-industrializzata, mi sembra un’attività sospechosa, perfino ingenua.  Questi legami, questi paralleli che treccia Berger tra il suo presente e il suo passato, soprattutto persone del suo passato, possono essere visto come il stesso tipo di tentativo di situarsi in una tradizione, in uno continuo storico.  Il problema è che non è una tradizione comunitaria o sociale, è una cosa puramente personale.  Parla solamente della tradizione di Berger, e così è troppo ristretto, troppo limitato per applicarsi generalmente.  (Mi fa pensare a questa immagine di Proust dell'individuo che, man mano che se invecchia, si trova di più in più isolato alla cima di un piramide sempre crescente di memorie personali.)   Così, questo tipo di esercizio immaginativo serve innanzitutto a approfondirsi di più in più nella sua propria mente, e non di orientarsi verso il mondo così com’è.  Sebbene che sia un gioco, un’attività interessante, forse creativa, seppure in qualche modo un po’ melanconico, a me sembra non portare verso una fine utile.  (Forse sia differente quando uno è una persona ben conosciuta… Già implica un certo egoismo…)         


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